Bellissima acquaforte, misura foglio 50x35cm, Il fuggiasco 1963. Esemplare numerato 49/100, il segno dell’incisione ed i colori sono perfetti. Firma e data in basso a destra. Numerata e firmata a mano a matita dall’artista. L’opera è venduta senza cornice, è possibile sceglierne una dal menu cornici per grafica. Spedita con pacco assicurato e garanzia di originalità.
Gianfranco Ferroni (Livorno, 22 febbraio 1927 – Bergamo, 12 maggio 2001) è stato un pittore italiano, appartenente al movimento della Metacosa. La prima acquaforte realizzata da Gianfranco Ferroni risale al 1957, Periferia, di cui esiste un unico esemplare, concentrata – in linea con la coeva produzione pittorica – sul tema dei sobborghi metropolitani. Sarà da questo momento in poi, per tutto l’arco della vita, l’attività calcografica diventerà fondamentale nella sua esperienza, tanto da elevarne il corpus inciso (fatto di 264 incisioni e 115 litografie) al livello, per valore e qualità, della produzione pittorica e fare di lui un maestro indiscusso della grafica del secondo Novecento. Un percorso lungo e articolato, quello incisorio, che, visto in una sequenza di fotogrammi cinematografici, presenta lievi variazioni, appena impercettibili. Spesso, solo a trasformazione avvenuta, ci si rende conto che è modificata complessivamente l’ottica, all’interno di uno sviluppo apparentemente lineare e senza scosse. Vi era a Milano, a metà degli anni Cinquanta, un clima di tensione civile, anche politico, che animava i giovani autori di quel momento. Il clima culturale dominante è quello caratterizzato dalla revisione del “realismo”, che lasciava insoddisfatti, sia per gli esiti che di fatto erano troppo narrativo-descrittivi, sia per i richiami, che non coglievano il nuovo delle avanguardie, sia per il discorso politico, che pareva ormai obsoleto. La revisione fu totale e senza incertezze. Le città di Ferroni – per non aprire volutamente ad altri gruppi – sono un groviglio di segni, sono un intrico esiziale di spirali stringenti, sono segni scaraventati nel rigore delle strutture. Le città sono già il simbolo di un disagio che è connotabile su più piani, da quello genericamente sociale, a quello più propriamente politico. Con una progressione costante, Ferroni viene costruendo la sua immagine attraverso una diversa modalità che passa attraverso gli sfondi neri delle tavole dell’anno 1961: lo scurirsi della materia coincide con il rinserrarsi dell’immagine all’interno del suo studio. A malapena il personaggio emerge dallo sfondo iscurito. Ed è, come si trova con continuità in Ferroni, un “autoritratto” collocato tra il tavolo e il lume vacillante dal soffitto, un autoritratto che sembra recuperare sia l’andamento filiforme di un Alberto Giacometti, sia l’ispessimento segnico di Wols. Al riemergere della luce, di un’immagine giocata sui due piani di bianco e nero ci si trova immersi in una relazione interno/esterno, che è tipica di Ferroni, ma è presente nel gruppo cui Ferroni è collegabile. Il rapporto interno/esterno è il rapporto del pittore nello studio con la realtà del mondo esterno, sia che essa venga dalla fantasia, sia che la realtà quotidiana entri nello studio attraverso le sue testimonianze. La grafica precede sempre l’esecuzione pittorica di un medesimo soggetto, di una medesima situazione narrativa. Il procedimento utilizzato da Ferroni, che diviene maturo nella prodigiosa sequenza di tavole, dal 1962 al 1964, consente che lo spazio si definisca attraverso una serie di presenze: alcune vengono dalla memoria autobiografica, altre vengono dalla memoria storica, colta e sono immagini che emergono dagli abissi di orrore dei lager nazisti; altre ancora sembrano rappresentare i fantasmi che popolano la mente del pittore.





















